La democrazia non è out

E’ interessante l’ipotesi sulla quale sta lavorando il Foglio: che la “salita” in politica di Monti non avrebbe soltanto inserito un terzo (o quarto) incomodo nell’arena politica, ma introdotto nello scontro elettorale un modo di pensare lo spazio pubblico del tutto diverso rispetto a quelli di Berlusconi, Bersani, e anche Grillo. Ossia l’idea di una democrazia depoliticizzata, messa in una certa misura al riparo dal vento dell’opinione pubblica, affidata a un’élite tecnicamente robusta e rigorosamente selezionata. Leggi Un democratico riluttante - Leggi La semidemocrazia di Monti - Leggi Evviva i tecnocrati! di Marco Valerio Lo Prete di Giovanni Orsina
6 AGO 20
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E’ interessante l’ipotesi sulla quale sta lavorando il Foglio: che la “salita” in politica di Monti non avrebbe soltanto inserito un terzo (o quarto) incomodo nell’arena politica, ma introdotto nello scontro elettorale un modo di pensare lo spazio pubblico del tutto diverso rispetto a quelli di Berlusconi, Bersani, e anche Grillo. Ossia l’idea di una democrazia depoliticizzata, messa in una certa misura al riparo dal vento dell’opinione pubblica, affidata a un’élite tecnicamente robusta e rigorosamente selezionata. E’ interessante e pure plausibile. Alla luce sia del lavoro attento che ha svolto il Foglio alla ricerca dei riferimenti intellettuali del professore sia delle scelte che lo stesso Monti ha fatto da quando ha deciso di diventare un leader politico: scelte che si fa una certa fatica a spiegare in base a una logica strettamente politica – in particolare la sostanziale rinuncia (almeno finora) a collocarsi a destra e a invadere le grandi praterie elettorali nelle quali un tempo spadroneggiavano le orde barbariche del Cavaliere. Se così è però, se davvero Monti persegue l’obiettivo profondo di depoliticizzare la democrazia, allora siamo davanti a una notizia al tempo stesso non nuova né buona.
Sulla questione del difficile rapporto fra merito, competenze e prospettive di lungo periodo da un lato, rappresentanza, partigianeria ed esigenze di breve periodo dall’altro, gli studiosi di politica, anche soltanto in occidente e negli ultimi due secoli, hanno scritto qualche decina di migliaia di pagine. La questione è soprattutto vecchia nella storia del nostro paese. Non è infatti impossibile sostenere che il problema dell’Italia nel suo secolo e mezzo di vicenda unitaria sia stato proprio quello dell’incapacità di costruire una relazione equilibrata e virtuosa fra verità e faziosità. O, se si preferisce, di disegnare un confine preciso fra quel che è “oggettivo” e tutti condividono, e quello invece che è sottoposto alla discussione politica. “In questo paese che amo”, scriveva Flaiano quarant’anni fa, “non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni”. Era vero allora, era vero un secolo prima di allora, è vero oggi. E centocinquant’anni fa così come adesso il disperato bisogno italiano di verità ha spinto e spinge tanti a sperare in un’élite virtuosa che porti infine al paese la fiaccola chiarificatrice dell’incontrovertibilità.
Se consideriamo il governo dei tecnici presieduto da Monti da questo punto di vista, il precedente che più gli si avvicina appare quello della Destra storica. Pure allora il problema era restare in Europa, anche se ovviamente i termini di quel restare erano assai diversi dagli odierni. Pure allora si riteneva che, se si fosse lasciato libero il campo alla democrazia e alle sue partigianerie, il paese non sarebbe sopravvissuto. Pure allora si aveva paura della politica. Pure allora ci si affidò a un’aristocrazia etica e tecnica. E pure allora si tolse il fiato al paese a colpi di tasse. Per tanti versi però, per quanto sia difficile da credere, il precedente cronologicamente più vicino al governo tecnico di Mario Monti è rappresentato da Berlusconi. Anche il Cavaliere ha promesso e continua a promettere una nuova élite che in virtù delle sue competenze tecniche sottragga la verità allo scontro politico e ideologico. E non è un caso perciò che pure il berlusconismo si sia riproposto, così come ha fatto il professore pochi giorni fa, di rendere obsolete le divisioni politiche: “Forza Italia”, scriveva alla fine degli anni Novanta Gianni Baget Bozzo, non l’ultimo degli intellettuali vicini a Berlusconi, “non intende solo battere la sinistra ma superarla”.
La nuova élite del Cavaliere doveva venire dal privato e restare incollata a un paese considerato l’arca santa di tutte le virtù. Mentre quella del professore deve venire soprattutto dal pubblico e tenersi il più possibile discosta da un paese che assomiglia troppo poco alla Germania. La differenza, certo, non è di poco conto. I due tuttavia hanno risposto alla stessa domanda ragionando nella stessa maniera, anche se le loro risposte sono state assai diverse. Al di là di Monti, di Berlusconi e della Destra storica, a ogni modo, il medesimo problema – come salvaguardare un nucleo di verità dall’invasione distruttrice della partigianeria – nella storia d’Italia è riemerso innumerevoli altre volte. Fenomeni quali il trasformismo o il consociativismo, per esempio, possono anch’essi essere interpretati come dei tentativi di risolverlo, pure se in questi casi dall’interno piuttosto che dall’esterno della politica.
Se davvero Monti persegue l’obiettivo profondo di depoliticizzare la democrazia, dunque, perché la notizia oltre a non essere nuova non è nemmeno buona? I motivi sono innumerevoli. Perché in centocinquant’anni di storia unitaria tutti i tentativi di fissare artificialmente una verità nella quale il paese non credeva, nel medio e lungo periodo hanno creato un sacco di guai. Perché le aristocrazie incontrovertibili sono per definizione anche inamovibili, e le aristocrazie inamovibili degenerano molto rapidamente in oligarchie. Perché già quando scriveva Flaiano la verità stava morendo pure in quei paesi molto più piccoli e importanti del nostro nei quali lui riteneva che una verità ci fosse – ed è per questo forse che l’Italia di Monti può essere vista come un modello: gli altri devono ancora abituarsi a vivere senza verità, noi ci siamo abituati da sempre. Perché la promessa della democrazia non è di quelle che possano essere ritrattate, anche soltanto in parte, senza pagare alcun prezzo. Perché la politica è insopprimibile, e se si cerca di cacciarla dalla porta rientra dalla finestra, spesso più radicale, arrabbiata, nichilista di prima. Non per caso le ondate populiste che sono venute montando negli ultimi anni, e che la depoliticizzazione intenderebbe arginare, possono essere interpretate (lo sono state ad esempio da Yves Mény e Yves Surel) anche come una reazione a precedenti processi di depoliticizzazione – ma, se così è, allora ci stiamo rinchiudendo dentro un circolo vizioso.
E’ un curioso destino il nostro: per restare agganciati all’occidente abbiamo sempre rinunciato alle forme occidentali della politica – come se dell’occidente la democrazia competitiva fosse soltanto un accessorio. Un curioso destino che oggi diventa il paradosso di Monti: per tenere l’Italia in Europa vuole sfasciare il bipolarismo – come se i sistemi politici tedesco, francese, inglese, spagnolo non fossero bipolari. Certo, le forme occidentali della politica in Italia per decenni non sono state possibili: prima c’erano i cattolici, poi i fascisti, poi i comunisti. Certo, dal 1994 a oggi il bipolarismo è stato a dir poco zoppicante. Ma siamo davvero così sicuri che soltanto rinunciando alla civiltà potremo raggiungere la civiltà?
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di Giovanni Orsina
Professore di Storia comparata dei sistemi politici europei alla Luiss